Insegnanti, raccontate a scuola la strage di Lampedusa

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Lutto nazionale. Questo quello che è stato decretato dal Presidente del Consiglio Letta per la giornata di domani. Bandiere a mezz’asta e minuto di silenzio in tutte le scuole. Già, le scuole. Cosa diranno gli insegnanti in classe questa volta per spiegare il minuto di silenzio? Solitamente il minuto di silenzio è una pura formalità, un doveroso ossequio. Domani invece il minuto di silenzio verrà fatto per una strage di Stato. Forse il primo della storia italiana. Una strage che ha il volto di uomini, donne e bambini, annegati nel mare nostrum cercando invano di raggiungere la libertà. Morti per aver sperato troppo, per aver cercato la tanto agognata libertà che nel loro paese gli era negata. Hanno viaggiato lontano, oltre le coste africane, verso l’Europa. Ad accoglierli però non è stata una navetta della Guardia Costiera, no, sono stati dei semplici pescherecci che non hanno potuto fare altro che salvare coloro che si erano buttati in mare. La carretta aveva preso fuoco, invano avevano cercato di attirare l’attenzione bruciando le coperte, hanno decretato la loro morte. I pescherecci non potevano, a rigor di legge, aiutarli perchè sarebbero stati perseguiti. Pazzia? No, semplicemente in Italia esiste una legge che fu messa assieme da un vecchio falso fascista e un razzista che si veste con i colori della tanto ricercata speranza: la Bossi-Fini. Coloro che tentano di aiutare i migranti possono essere accusati di favoreggiamento di immigrazione clandestina. Un controsenso per alcuni, una garanzia per altri. Di fatto si è assistito alla più grande strage del Mediterraneo mai registrata con i pescatori che per ora hanno raccolto corpi degli uomini che si erano lanciati in mare cercando salvezza. Non serve contare quanti sono i morti e quanti sono i dispersi, vanno solo a finire nelle macabre statistiche che i giornalisti nostrani amano mettere assieme in grafici da sfoggiare quando bisogna urlare all’emergenza clandestini. No, sono le facce dei sopravvissuti che bisogna imprimersi nella mente e raccontare ai ragazzi nelle scuole. La faccia del sindaco di Lampedusa che da anni affronta ogni giorno un fiume di cercatori di speranza e che oggi sul molo chiedeva disperata l’aiuto dell’Europa. Bisogna fissarsi negli occhi i volti distrutti dei soccorritori, che sfidando il mare, si sono battuti per salvare quante più vite fosse possibile. Questo andrebbe spiegato domani nelle scuole, questo dovrebbero capire i giovani.

Poi ci sarebbero da scrivere fiumi di parole sulle reazioni della politica e di come anche davanti ad una tragedia si sia riuscito a innescare quella macchina mediatica che solo in Italia riusciamo a metter su. Dichiarazioni a destra, sinistra e centro. Politici solidali, altri che fermerebbero gli sbarchi in Libia ma nessuno che si pone il problema di mettere in atto le troppe parole spese in questi anni. Alfano dal molo del porto di Lampedusa in collegamento con Rainews24 invoca l’aiuto dell’Europa e la modifica del trattato di Dublino II sull’immigrazione. Riassumendo il trattato sancisce che è lo stato in cui giunge il soggetto a doversi preoccupare della domanda di asilo. Peccato che l’Italia con la già citata Bossi-Fini e la più antica Turco-Napolitano si siano istituiti con la più vecchia i centri di permanenza temporanea e con la seconda obbliga gli immigrati senza documenti di esserci rinchiusi. Quindi altro che domanda di asilo, i clandestini (così sono sempre bollati, mai chiamati semplicemente uomini) sono catalogati e tenuti dentro centri al collasso fino a che non venga deciso il loro futuro. Se son fortunati vincono un permesso di soggiorno, in caso contrario vengono rimpatriati. E tanti saluti alla tanto agognata libertà che li aveva portati a solcare il mare.

Oggi in Italia si è consumato l’ennesima strage. E ora che il Governo si muova e inizi a lavorare ad una nuova legge sull’immigrazione di ampio respiro, supportata dall’Europa, così da permettere anche un rapido filtraggio verso altre regioni del continente. Le politiche di immigrazione odierne sono assolutamente inadatte al periodo storico attuale che ha visto conflitti politici in Nord Africa e guerre in Medio Oriente. La questione immigrazione non può essere sempre ridotta a emergenza da arginare ma deve iniziare a diventare problema nazionale che necessita di programmazione e accurato studio.

Questo andrebbe raccontato domani ai ragazzi che tutti i giorni dividono la merenda coi loro compagni, magari anche loro figli di uomini e donne che hanno percorso le medesime tratte, con più fortuna.

Testimoniare che l’Italia si ferma un minuto per riflettere e per pensare a tutti coloro che sono morti in quel tratto di mare.

Condividere, affinchè siano a conoscenza di questa realtà e vengano aiutati a comprendere il peso delle parole del Santo Padre che oggi ha urlato al mondo “Vergogna“.

Agire, per far si che non sia una lezione di un giorno solo, ma che diventi prassi e abitudine parlare di queste realtà.

Ricordare infine il buon Vittorio e le sue parole che da tempo sono parte di noi: “Restiamo umani“.

Per costruire un’Italia migliore che non debba svegliarsi solamente davanti a queste immani tragedie ma che impari a poco a poco che siamo tutti quanti abitanti dello stesso mondo e che non ci possono essere più frontiere o colore della pelle che possa dividerci.

Andrea Contratto

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#Semovenutigiàmenati: quando il corteo pacifico non fa notizia #24N

“Semo venuti già menati”. Questo, insieme al “semo fisici, nun ce fregate” e ai colapasta in testa, sono i tre simboli di un sabato di contestazione studentesca. Pacifica. Si, questa volta è stata davvero una protesta pacifica, almeno in quel di Roma, blindata quasi ci fosse una terza guerra mondiale in arrivo. Protesta pacifica degli studenti medi, che hanno sfilato anche nelle cosiddette zone rosse con volto scoperto e il sorriso stampato sul volto.
Si poteva comprendere che fosse una protesta pacifica per la mancanza di notizia. Analizzando i fatti, si vede come i media si soffermino sulla bandiera del PD bruciata nel comune di Pisa, piuttosto che i fumogeni in quel di Napoli. Eventi marginali e senza radicamento che distolgono la vera notizia: i ragazzi in piazza erano meno del #14N. Un dato che può essere indifferente ai più ma credo che meriti un minimo di attenzione. I ragazzi si sono stancati di scendere in piazza? hanno paura di eventuali scontri, vedi settimana scorsa?
 La risposta più ovvia potrebbe essere quella che il sabato gli studenti non
scendono in piazza perché non c’è scuola e la sera si esce. La risposta più ricercata potrebbe essere invece la paura di manifestare. Paura che sa di mancata democrazia, sa di repressione, sa di divisione di intenti, sa di sconfitta. La paura degli studenti medi si ritrova anche in alcune dichiarazioni della giornata di sabato quando alcuni studenti davano la colpa agli studenti universitari per gli scontri. Una denuncia in sordina, che però deve mettere in guardia: la mancata presenza degli universitari ieri ha corrisposto ad una pacifica marcia. Senza spostare il discorso su chi dei due schieramenti abbia ragione una cosa è certa: chi ha fomentato gli scontri è riuscito a dividere uno schieramento che si stava unendo.
Il #24N sarà ricordato per la sua vena goliardica. In un paese che ha in un comico il secondo partito, usare slogan non violenti ha suscitato un aumento del consenso da parte della cittadinanza. Guardando il flusso di tweet della giornata si possono trovare una flessione in ribasso di commenti negativi (sui disagi, sul’inutilità della protesta ecc..) e un sostanziale aumento di endorsement da parte di un gran numero di cittadini dovuto proprio alla scelta di una manifestazione pacifico-goliardica. Questo porta ad un sostanziale pareggio se si vuole contare come punto a favore del #24N.
Nota in calce: Questa è la fotografia che può essere eletta a foto del giorno. Identificati. La continua richiesta dei numeri identificativi da parte delle forze dell’ordine sta divenendo finalmente un punto cardine delle manifestazioni. Un esercizio di democrazia a cui l’Italia non ha ancora pensato. Un passo avanti potrebbe essere applicato, magari tirando anche la manica agli insurrezionalisti, vietando il corteo a coloro i quali non sfilino con il volto scoperto. Arresto preventivo e via. Peccato che gli infiltrati ci siano sempre e non si riesce mai a comprenderne la natura. Un esercizio da parte degli studenti potrebbero essere dei corsi di non violenza e di reazione agli infiltrati. Dargli degli anticorpi così da poter manifestare senza paura.
Il futuro dell’Italia passa anche da qua. #semovenutigiàmenati sempre e comunque. E magari #nuncefregatesemoilvostrofuturo.

#5ott a Torino: l’autunno studentesco si scontra contro il rigore dei manganelli

Il corteo alla partenza

Torino, 5 ottobre 2012

Il caldo autunno studentesco non è iniziato nei migliori dei modi. Tra lanci di uova, fumogeni, cariche a raffica da parte della polizia, la manifestazione di questa mattina si è trasformata con le ore in un fuggi fuggi generale.

Cartelloni della manifestazione

Studenti scesi in piazza a torino come in tutta Italia per protestare contro il governo Monti.

A Torino la giornata è stata organizzata da una rete di collettivi studenteschi. Molti anche i No Tav che con l’ormai celebre “giù le mani dalla Val Susa”.

Lo striscione in testa al corteo

La partenza del corteo non presupponeva il disastro che poi è avvenuto. Musica, risate, la prima manifestazione dell’anno 2012/2013 partiva da Piazza Arbarello verso le 10. L’obiettivo concordato con le forze dell’ordine è di arrivare di fronte a Palazzo Nuovo.

I cori che si alzano dalla folla, numeri ufficiali parlano di 400 persone, ma si può parlare benissimo di un 500/600 studenti. Un’affluenza dovuta al denominatore comune di questa manifestazione che vedeva negli studenti medi i maggiori esponenti.
I primi momenti di tensioni si avvertono quando il corteo viene fermato di fronte alla sede torinese del MIUR. Dopo alcuni sfottò un paio di manifestanti si defilano dal corteo per lanciare due fumogeni all’interno della struttura.

Il lancio di fumogeni all’interno della sede del MIUR – Torino

Dall’altra parte la polizia inizia a indossare i caschi e si prepara ad eventuali momenti di tensione. Momenti che non arrivano perchè il corteo, senza alcun preavviso, cambia rotta e devia in via XX settembre. A fronte del cambio di programma le forze dell’ordine si schierano a metà della via stessa per impedire l’ulteriore avanzata dei manifestanti.
Sono le 11 meno un quarto.

Gli schieramenti in Via XX settembre

In pochi minuti la situazione inizia a diventare tesa. I ragazzi iniziano ad intonare cori contro la Polizia, ma il peggio giunge quando inizia il lancio di uova di vernice e fumogeni.

Da quel momento in poi inizia l’escalation che ha portato alla carica frontale della Polizia.

Attimi di tensione prima della carica

Video Youreporter:

http://www.youreporter.it/video_ESCLUSIVO_TORINO_duri_scontri_tra_polizia_e_studenti

http://www.youreporter.it/video_Scontri_Torino_tra_polizia_e_studenti_le_cariche

La carica disperde i manifestanti e li fa indietreggiare fino in Via Cernaia. Qua si ristabiliscono i due fronti opposti. Sembra ristabilita la calma quando sotto i portici due agenti in borghese tentano di arrestare un giovane. I compagni si scagliano verso i poliziotti e inizia un parapiglia che culmina con l’ordine di ripetere la carica.

Il gruppo si è poi disperso per continuare la protesta in maniera pacifica, prima in Piazza Castello, proseguendo fino davanti a Palazzo Nuovo, dove sono stati bruciati dei cartoni recanti le foto di Monti e Fassino.

Piemonte: Scuole a pezzi e 2.0

Desta non pochi dubbi la scelta della Regione Piemonte, in collaborazione col MIUR, di destinare 4,3 milioni di euro per riempire il gap tecnologico delle scuole regionali.
“Il mondo oggi ruota attorno alle nuove tecnologie ed è imprescindibile che la scuola sia al passo con i tempi” ha chiosato il presidente della Regione Roberto Cota. Ma essere al passo coi tempi vuol dire anche avere sicurezza e buon insegnamento?
Portare avanti un progetto per colmare il digital divide è encomiabile da parte della Regione ma non si integra bene con la precaria situazione strutturale di molte scuole piemontesi, per le quali un investimento anche minimo sarebbe più che benevoluto.
Oltre al fattore strutturale precario nelle scuole piemontesi ci si chiede come mai la Regione destini così tanti fondi ad un progetto utile ma non in periodo di crisi. Infatti in molte scuole i progetti per l’anno scolastico 2012/2013 saranno ridotti all’osso, viste le poche risorse rimaste in seno ai vari istituti. Questo discorso è trasversale e tocca tutti i gradi di istruzione, proprio come l’investimento in tablet e pc.

Ma a parte la polemica sul come andrebbero gestiti i fondi in generale, desta dubbi la divisione degli attuali. Come apparso sull’articolo di Maria Teresa Martinengo su La Stampa la Regione precisa come 2,2 milioni di euro serviranno per dotare i singoli alunni di un tablet e di lavagne interattive (il 30% delle risorse andrà alle primarie, un altro 30% alle medie e il resto alle superiori- Fonte La Stampa); 200mila euro serviranno al potenziamento delle reti informatiche; 1,5 milioni per le scuole di montagna, per migliorare i collegamenti; infine quattrocentomila euro serviranno ad acquistare tablet e lavagne multimediali per le agenzie di formazione professionale.

Fatto questo piccolo schemino riassuntivo balzano agli occhi dei lettori sicuramente un paio di problemi che di seguito analizzerò SOGGETTIVAMENTE da ex studente:

1- Dotazione di tablet: Dotare uno studente di terza superiore di un tablet può essere utile per la sua crescita informatica, questo può star bene. Ma dare un tablet ad uno studente delle medie, o ancor più a uno delle elementari, a cosa può servire? I dubbi in merito ad avere una nuova tecnologia davanti si pongono sopratutto perchè non si vede l’utilità di dare in mano ad un 15enne uno strumento che potrebbe, anzi quasi sicuramente, portare alla distrazione. Detto questo poi giunge la questione sul come verrebbero utilizzati nell’attività scolastica codesti strumenti e quale vantaggio porterebbero.
2- Lavagna elettronica: La lavagna elettronica è forse lo strumento più utile del pacchetto sopra citato. Permette intereattività su slide preparate, documenti analizzati dal vivo ecc.. Nel progetto però vengono citati corsi aggiuntivi per gli insegnanti per poter capire come funzionano queste nuove tecnologie. Siamo sicuri che tutti i professori abbiano tempo e voglia per seguire un corso da loro probabilmente ritenuto inutile?
3- Reti informatiche: Le reti informatiche dei licei sono antiquate, ma senza un piano di potenziamento di reti informatiche su scala italiana il digital divide rimarrà comunque identico. Sopratutto poichè alcune scuole hanno sistemi informatici datati e che mal si sposano con un potenziamento di reti.
4- Scuole di montagna: Volevano chiuderle, ora le collegano tramite rete. La poca chiarezza in merito lascia dei seri interrogativi su come le scuola di montagna riusciranno a sfruttare al meglio i fondi a loro destinati. Viene dunque ribadito il perchè non utilizzare i medesimi fondi per migliorare le scuole di montagna, che in Piemonte sono un discreto numero e non sono di certo in ottime condizioni.
5- Formazione professionale: Formare professionalmente ad usare un tablet non è l’idea del secolo. Sicuramente più utili che in un liceo le nuove tecnologie sopra citate potrebbero far la fortuna degli istituti di formazione professionale. (Ironia a parte i dubbi sono i medesimi delle scuole superiori, senza contare il fatto che sarebbero utili ad alcuni istituti – vedi turistico – e quasi inutilizzati in altri.

Il Governo pensa che con questi piccoli “favori” riesca a far tranquillizzare il reparto scuola probabilmente si sbaglia di grosso. Dopo la confusionaria nomina dei presidi, con l’avvento del nuovo anno scolastico le proteste sono alle porte. Si prospetta un autunno caldo per il comparto scuola.

Provate voi a dire ad un genitore che paga 300 euro di libri che al figlio la scuola gli regala il tablet, poi se ne potrà riparlare.