Mafie e dintorni #29 – Chiesa e ‘ndrangheta, troppo debole l’opposizione dei vescovi

La Chiesa è davvero contro la mafia? Una domanda che riecheggia nelle sacrestie di mezza Italia e in particolare della Calabria. Ma la condanna di Papa Francesco nei confronti della ‘ndrangheta non sembra ancora servita a molto

Domenica scorsa la processione della madonna del Carmine a Palermo si fermava davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi carismatici di Cosa nostra. I boss è rinchiuso nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora lì. E la processione gli ha reso omaggio, come è successo altre volte e in altre parti del sud Italia. Particolarmente significativi sembrano i casi riguardanti quell’organizzazione mafiosa silenziosa, e fino a pochi anni fa pressoché ingorata dai media, che oggi è una delle più potenti a livello internazionale. La ‘ndrangheta.

Leggendo la cronaca degli ultimi mesi si possono rintracciare i numerosi attestati di stima rivolti a Don Rustico, il parroco calabrese di Oppido-Mamertina, ormai famoso per aver partecipato alla processione in cui la statua della Madonna ha compiuto un inchino di fronte alla casa del boss Giuseppe Mazzagatti, provocando l’abbandono della processione stessa da parte dei carabinieri. Non contento, il prete ha perfino ordinato durante una sua omelia di “prendere a calci e cacciare” un giornalista de Il Fatto Quotidiano che, per inciso, ora è sotto scorta per “pericolo imminente”. In quel caso i porporati di Calabria si schierarono subito dalla parte del giornalista con dichiarazioni di solidarietà a catena ma nel concreto per ora non si è potuto notare alcun sostanziale cambiamento in quanto il parroco stesso è ancora al suo posto. In risposta i fedeli si sono schierati con il povero pastore di anime con lettere ai giornali locali inondando anche i social network, prova ne è la pagina Facebook e il sito internet nati dopo i fatti narrati.

Continuando la serie troviamo un altro episodio che può fotografare i frammenti di una cultura strettamente legata alla Chiesa e alla famiglia. Ci si deve spostare oltre l’Aspromonte nel capoluogo Reggio Calabria, dove l’assoluzione di Don Cannizzaro – accusato di aver dichiarato il falso in un procedimento penale contro la cosca per avvantaggiare il boss del quartiere Condera – ha visto festeggiare i reggini con tanto di fuochi d’artificio nel paese. I caroselli per le vie della periferia Nord di Reggio Calabria erano sì per l’assoluzione, dovuta a prescrizione del Don, ma sopratutto per l’assoluzione di tutta la ‘ndrina di Sandro Crucitti. Ancora una volta Chiesa e famiglia assieme, in una continuità che ha compiaciuto una parte di Calabria, ma che ne ha indignata anche un’altra, come dimostra il comunicato del coordinamento reggino di Libera.

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Mafie e dintorni #24 – Arrestati i killer del boss Femia. Roma tra ‘ndrangheta e cocaina

Tre ordinanze di custodia cautelare in carcere. L’omicidio si colloca nella disputa per il monopolio della polvere bianca nella Capitale

PERICOLO ‘NDRAGHETA – «L’omicidio di Femia rappresenta un segnale importante, un campanello d’allarme sulla presenza della ‘ndrangheta a Roma» Queste le parole del procuratore aggiunto Prestipino, per anni impegnato alla lotta all’ndrangheta in Calabria, durante la conferenza stampa in seguito all’arresto di Massimiliano Sestito, Francesco Pizzata e Antonio Pizzata, che la sera del 24 gennaio 2013,  uccisero il boss ndranghetista Vincenzo Femia in Via della Castelluccia a San Paolo. Il boss 67enne era il genero del “mammasantissima” Peppe Nirta, di cui aveva sposato la figlia, ed era sorvegliato speciale per precedenti per associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti.

Fondamentale per l’arresto dei tre killer è stata la decisione di Gianni Cretarola (arrestato lo scorso luglio per il medesimo omicidio) di collaborare con gli inquirenti. Le sue dichiarazioni hanno permesso agli agenti di portare a termine i tre arresti e sopratutto si è rivelata fondamentale l’ispezione nella sua abitazione, dove è stato trovato un pizzino criptato. Nei mesi successivi, dopo diversi tentativi andati a vuoto, come fosse una Settimana Enigmistica, gli inquirenti sono riusciti a tradurre i caratteri con un risultato sorprendente: si trattava del giuramento che viene fatto dagli ‘ndranghetisti per affiliare nuovi “picciotti”. Questa scoperta, unita alla natura della vittima, ha comprovato che il delitto è stato un delitto di stampo mafioso.

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Mafie e dintorni #23 – Processo Minotauro, in Piemonte la ‘ndrangheta alla sbarra

Si sono conclusi il primo grado ordinario e il secondo grado del rito abbreviato del processo Minotauro sull’ndrangheta in Piemonte: circa 50 condanne complessive per 500 anni di carcere

IL MINOTAURO – L’operazione Minotauro nasce nel 2006 da un accorpamento di tre indagini distinte. Queste vanno a formare il nucleo primario di quel fascicolo che alla fine sarà di circa 4000 pagine e che porterà alla sbarra più di 150 imputati. Importanti per la tesi della Procura le testimonianze del pentito Rocco Varacalli, che in più udienze ha descritto alla Corte la formazione delle locali e la loro presenza capillare sul territorio. Un processo che ha provato, in via quasi definitiva in secondo grado del rito abbreviato, la presenza dell’ndrangheta sul territorio piemontese e le sue collusioni con i colletti bianchi nel primo grado del rito ordinario.Due processi che hanno portato ad altrettante sentenze a distanza di due settimane l’una dall’altra, che premiano il lavoro compiuto dalla Procura di Torino in quanto la struttura dell’accusa ha retto. Le condanne per 416bis – reato di associazione mafiosa – sono state emesse in larga quantità e coloro che erano stati individuati come capi delle varie locali sono stati condannati.

Tirando le somme, troviamo 37 condanne – di cui 23 per associazione mafiosa – e 38 assoluzioni per quanto riguarda il primo grado dell’ordinario. Tra le prime, risaltano i 21 anni e 6 mesi di reclusione di Vincenzo Argirò, considerato un esponente di spicco del crimine, e i 14 anni Salvatore Demasi, indicato come il “padrino” di Rivoli e uno dei referenti che si interfacciavano con la politica Piemontese. Per il rito abbreviato abbiamo 49 condannati che dovranno scontare oltre 200 anni di carcere con la pena massima di 13 anni a Bruno Iaria.

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Mafie e dintorni #20 – #IostoconGiulio: quando la ‘ndrangheta alza il tiro

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Dopo un’estate passata a dover affrontare la notizia che l’ndrangheta – e una parte di politica lombarda – aveva progettato di ucciderlo, sabato l’attore e giornalista Giulio Cavalli è stato portato in una località segreta dopo il ritrovamento di una pistola carica davanti alla sua casa romana.

 

ALZANDO IL TIRO – Il fatto che il giornalista ed attore Giulio Cavalli fosse ormai da tempo sotto tiro era assodato ma oggi la notizia è che le minacce sono diventate reali. Sabato mattina è stata infatti ritrovata una pistola carica nella sepie davanti la casa romana dell’artista. Subito portato in una località protetta, Cavalli ha annullato a data da destinarsi tutti i suoi impegni pubblici.

Il fascicolo invece è finito dritto sulle scrivanie del capo della polizia e su quella del vice Ministro all’Interno. Il caso Cavalli è sempre stato sostanzialmente ignorato dai medianazionali e solo il portale Fanpage ha coperto la storia recente dell’attore con due interviste al pentito Luigi Bonaventura, reggente della cosca Vrenna-Bonaventura, che spiegava la volontà di ambienti ‘ndranghetisti di uccidere quello “scassaminchia“, con il benestare di una parte politica lombarda. Cavalli è infatti divenuto famoso per la sua ormai celebre Radiomafiopoli, in cui ricalcando le orme di Peppino Impastato, raccontava attraverso la satira e l’inchiesta giornalistica gli scandali che vedevano in prima fila politici lombardi collusi con le famiglie andranghetiste.

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Mafie e dintorni #19 – ‘Ndrine e camorra, la discarica della Falcognana tra i sospetti

La questione rifiuti romana tiene banco per l’apertura della discarica di Falcognana. Oltre al rischio ambientale e sanitario, c’è l’infiltrazione mafiosa.

PERICOLO INFILTRAZIONI – La questione rifiuti romana sta tenendo banco in queste settimane, visto l’avvicinarsi dell’apertura di una nuova discarica alla Falcognana da parte delle Regione per far fronte all’emergenza rifiuti della zona. Il 22 settembre, a Roma sono scese in piazza 15mila persone per dire no a questi scempi ambientali che da anni flagellano il Lazio. Oltre al rischio ambientale e ai gravissimi impatti sulla salute, durante queste settimane un’altro problema è stato identificato con nome e cognome dalla procura di Roma: infiltrazione mafiosa.

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LE OMBRE SULLA ECOFER– Dietro al mercato capitolino la mano della criminalità organizzata è sempre presente e le ingenti somme in ballo hanno portato la commissione antimafia ha indagare sull’Ecofer srl, compagnia che deteniele la gestione del terreno della Falcognana, individuato come prossimo sito da destinare alla discarica va seguito della millantata chiusura della discarica di Malagrotta. Le indagini della Guardia di Finanza hanno riscontrato solamente dei reati ambientali e fiscali in nome al proprietario della Ecofer, Franco Maio e il Ministro dell Giustizia Cancellieri ha così potuto annunciare in pompa magna l’assenza di collegamenti con le cosche calabresi. Le indagini erano partite a causa del sospetto di una possibile infiltrazione ndranghetista, considerati i rapporti che avevano la Sofir, una delle fiduciare a capo della Ecofer, e il boss andranghetista Femia, re dei videopoker emiliani. Rapporti che, però, non sarebbero intercorsi da tempo e il legame tra la Sofir e il boss era da troppo tempo concluso per ipotizzare un possibile collegamento tra le due realtà.

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Mafie e dintorni #12 – Mafie, “L’altra Valle d’Aosta”: Presentato il dossier di Libera

“L’Altra Valle d’Aosta: ‘Ndrangheta, negazionismo e casi irrisolti ai piedi delle Alpi” questo l’enigmatico titolo della pubblicazione di Libera e Narcomafie a cura di Libera Valle d’Aosta. La domanda che si rincorre per tutte le cento pagine di questo piccolo bignami sull’infiltrazione graduale dell’ndrangheta in Valle è sempre la stessa: ma esiste davvero la mafia di montagna?

291880_264118093627666_1555778854_nCOMMISSIONI E PROCESSI – La pubblicazione a cura di Libera Valle d’Aosta viene introdotta da una figura di spicco della magistratura valdostana, il procuratore Mauro Vaudano, che in poche righe compie un rapido volo d’aquila sugli argomenti che poi verranno man mano trattati. Dai traffici di droga internazionali alle estorsioni fino al riciclaggio, nel libro si può notare come le componenti essenziali del sottobosco mafioso siano presenti, ma non ancora collegate tra loro. Un fenomeno dormiente che in Valle hanno pensato di poter comprendere e contrastare, ma coi mezzi errati.

Ed ecco allora sviscerato nelle prime pagine il lavoro della Commissione speciale per l’esame del fenomeno delle infiltrazioni mafiose in Valle d’Aosta. Una commissione nata ad hoc con una mozione della minoranza dell’Alpe nel 2012 e che per un anno ha lavorato sul fenomeno ma senza i giusti mezzi. Infatti, oltre a limitata durata temporale, pesano la mancanza di esperti del settore visto che troviamo una commissione composta solo da membri politici. Gli esperti sono solamente ascoltati in audizioni singole, compresa la visita alla commissione parlamentare antimafia.

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Mafie e dintorni #11 – Riciclaggio e ‘ndrine: la lunga ombra sulla TAV e sul Piemonte

La sentenza del processo Piooner ha riacceso i riflettori sull’evidente interesse delle ‘ndrine sui lavori della TAV. Opere utili al riciclaggio, anche grazie ad una garanzia in Europa. Le mafie permeano anche il Piemonte. Come segnalano i Comuni commissariati e recenti condanne.

PROCESSO PIONEER – Nella settimana appena passata in Valle si è registrata una particolare attenzione ai risvolti giudiziari di una delle operazioni che per prima aveva registrato la penetrazione delle ndrine nei cantieri della TAV. Infatti il Tribunale di Torino ha condannato i costruttori Ilario D’Agostino e Francesco Cardillo, accusati di riciclaggio di denaro aggravato, rispettivamente ad 8 anni e 6 mesi 6 anni e 6 mesi di reclusione. Oltre a confische di beni per un valore di oltre 11 milioni di euro. La sentenza di primo grado è la risultante dell’operazione Pioneer, avvenuta nel 2009 e che per prima gettava luce sul processo ancora oscuro al nord: il riciclaggio. I numeri del riciclaggio in Italia sono da capogiro, in quanto è da sempre la pratica con cui le organizzazioni criminali ripuliscono i soldi ottenuti tramite operazione illecite nell’economia pulita. L’operazione poneva sotto la lente degli investigatori i collegamenti tra le aziende di D’Agostino e la costruzione delle grandi opere presenti e future nell’hinterland torinese. Si parla di Olimpiadi 2006 per il passato, mentre ad allarmare la valle sono i riferimenti alla maestosa TAV.

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