Muri e profitto: Europa?

Chissà se i padri costituenti si immaginavano un Italia così 71 anni dopo la Liberazione, soprattutto quando si parla di integrazione e stranieri. Di certo non si sarebbero immaginati un’Europa che si vergogna di esser nata e decide di ritornare indietro nel tempo mandando all’aria anni di progresso. Schengen sta a poco a poco andando in frantumi, affondato da politiche dettate dalla paura e dall’abbandono di un’unità mai esistita.
Un errore che l’Europa pagherà forse in differita, sicuramente chi paga ora lo scotto sono le centinaia di migliaia di persone che arrivano qui cercando di mettersi al sicuro dopo viaggi che neanche il più coraggioso Ulisse vorrebbe ripercorrere.

L’ultima notizia battuta dai giornali europei vede messo in pratica un piano anti-migranti da parte austriaca con un piano ben preciso: chiudere il Brennero reinserendo i controlli alle frontiere. Controlli che vogliono dire far passare solo chi si vuole. Così facendo si va a chiudere un corridoio verso l’Europa e l’Italia si trova ancora una volta chiusa su se stessa.
Non è il primo confine “chiuso” lungo l’arco alpino, la Francia in precedenza aveva chiuso la frontiera a Ventimiglia per bloccare il passaggio dei giovani profughi che per contro si accamparono per giorni sulle rocce.

Migranti bloccati alla frontiera tra Italia e Francia a Ventimiglia
Foto Marco Alpozzi – LaPresse 16 06 2015 Ventimiglia – Ponte San Ludovico (Italia) Cronaca Migranti bloccati alla frontiera tra Italia e Francia a Ventimiglia Nella foto: Migranti nel tratto si strada che li divide dal confine Francese – Si provano abiti donati dalla popolazione Marco Alpozzi / lapresse June 16, 2015 Ventimiglia – Ponte San Ludovico (Italy) News Migrants blocked at the border between Italy and France in Ventimiglia In the pic: Migrants on the road separates them from the French border

I muri eretti poi in Ungheria e Macedonia pongono il grande problema della possibile riapertura del corridoio balcanico, corridoio che a suo tempo aveva permesso a migliaia di albanesi di abbandonare la loro patria e trovare a pochi miglia nautiche un nuovo paese in cui ricominciare. Le grandi navi strapiene sono fotografie che i miei genitori difficilmente dimenticheranno. Oggi quella tratta potrebbe riaprirsi anche perché la Grecia visti i problemi interni già acuti prima di questa crisi non è in grado di sopportare.

La questione migrazione dunque non vede una possibile risoluzione a medio termine con un Europa indecisa su quale seguire e senza un comune denominatore la soluzione rischia di protrarsi nel tempo.

Cosa può fare dunque l’Italia?

La soluzione che sembra voler seguire il Governo Italiano è quella di cercare di risolvere il problema “a casa loro” cercando di rimettere in sesto la nazione da cui si sono registrati il maggior numero di partenze nell’ultimo anno: la Libia.
Può un così normale stato essere di cruciale importanza per il Bel Paese? A quanto dicono gli analisti l’importanza strategica della Libia nel flusso migratorio attuale è centrale, vista la sua posizione e la facilità con cui i mercanti di uomini si riescono a spostare in un paese dove regna il caos. L’Italia ha già dichiarato in diverse occasioni che interverrà in maniera ufficiale solamente con una richiesta da parte delle Nazioni Unite evitando così un intervento “ad nationem“. Questo pone dunque l’Italia in una posizione di forza sul piano dell’intervento poiché ponendo una questione di “etichetta” si dice già pronta all’azione in un contesto che porterebbe non pochi vantaggi.
Peccato che saranno più economici che “umani”.
Infatti l’intervento libico si concentrerebbe sicuramente sulla messa in sicurezza degli oleodotti e dei giacimenti che sono controllati da diverse compagnie nostrane, senza contare la volontà mal celata di voler preservare il “GreenStream“, l’oleodotto che dalla Libia arriva in Italia. Il “Western Libyan Gas Project” è uno dei cavalli da corsa dell’ENI che di certo il Governo non vuole perdere, per di più lasciandolo nelle mani del Daesh.
L’intervento in Libia secondo diverse voci vorrebbe ricomporre il puzzle attuale e permettere un controllo maggiore sull’enorme potenziale energetico.

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Carta di Laura Canali – Limes

 

Ma i flussi migratori?

Ovviamente vengono utilizzati come escamotage da parte della diplomazia internazionale per forzare la mano e tentare di scendere in campo realmente nella contesa libica. La posizione del governo è incline ad un intervento diplomatico prima che militare perchè avrebbe proprio l’obiettivo di negoziare lo stop, o comunque il ridimensionamento, del flusso proveniente dalla Libia.
Peccato che non è la prima volta che l’Italia vuole chiedere una simile misura e gli accordi che erano stati presi con Gheddafi si erano tramutati in campi di detenzione.

Un totale passo indietro, che però viene fortemente voluto sia dalla destra (Salvini e Meloni in testa) e riceve feedback positivi da ambienti che definire di sinistra rischia di snaturare un termine ormai snaturato. Una politica semplicemente basata sul concetto  “NIMBY” e giocata sulla pelle di migranti che verrebbero abbandonati in un paese che per decenni è stato un passaggio e non il porto sicuro che vanno cercando. L’Italia dunque si renderebbe complice di un insana politica di respingimenti vista l’incapacità politica di lettura del fenomeno migratorio e soprattutto della politica internazionale.
La migrazione attuale è solamente figlia delle guerre compiute negli scorsi anni, delle armi vendute dal nostro Bel Paese in Africa e che ora insanguinano nazioni intere.

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La soluzione dunque non può essere la costruzione di muri fisici che fermano gli essere umani, perché così perdiamo completamente il senso della Storia. Fin dalla notte dei tempi l’uomo ha dovuto fronteggiare migrazioni, non emergenze, ma veri e propri cambiamenti. L’Europa di oggi sembra tutto tranne che pronta a sopportare un cambiamento radicale nella sua connotazione. Questo è dovuto alla presenza di forze estremiste, come in Austria, che creano un contesto in cui anche i governi della vecchia “sinistra” si vedono obbligati a costruire muri e dimenticare i valori su cui sono stati fondati.

L’attenzione all’essere umano prima di qualunque cosa dovrebbe essere la bussola da seguire ma in un mondo condizionato e governato dal dio denaro conta solo il gas esportato, non le centinaia di migliaia di persone condannate dall’altra parte del mare.

E chissà cosa penserebbero oggi quei giovani che in tutta Europa si sono ribellati ai regimi cercando di costruire un mondo più giusto, coloro che sono morti credendo di essersi sacrificati per un bene superiori.
Li stiamo tradendo, stiamo tradendo le nostre radici.
Restiamo umani, solo così potrà esserci un futuro, per la nostra Europa.

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Mafie e dintorni #27 – Mafie, i beni confiscati dall’Italia all’Europa: un percorso ad ostacoli

A 18 anni dalla Legge Rognoni-La Torre, Libera ragiona su come aggredire le mafie, a cominciare dalla confisca dei beni, che sbarca anche in Europa

LE MAFIE RESTITUISCONO IL MALTOLTO –  “La confisca è lo strumento più valido per aggredire i patrimoni mafiosi, rendendo i crimini dei boss non paganti e pertanto inutili. Va fatto qualcosa di più per l’uso sociale di questi beni condivisi. Non è un mercato, c’è il sangue e la vita delle persone”. Con queste parole Don Luigi Ciotti ha esortato la numerosa platea riunita a Roma per il Forum nazionale dei Beni Confiscati che ha visto la partecipazione di oltre 400 realtà associative, istituzioni di vario grado, il sindaco di Roma e tre ministri. A 18 anni dall’approvazione della legge che prevede il riutilizzo sociale dei beni confiscati l’associazione Libera ha voluto riunire tutti le associazioni e le istituzioni che in questi anni sono state parte di questo riutilizzo, per fare il punto della situazione e traccia le linee guida per una possibile riforma.

I numeri dati nel convegno “le mafie restituiscono il maltolto” sono da capogiro: l’Agenzia dei Beni Confiscati nel suo ultimo report quantifica in 12.946 i beni confiscati in Italia, di cui 11.238 immobili e 1.708 aziende. Di questi il 35% del totale sono in gestione all’agenzia stessa, mentre il 52% è stato destinato. Nella sola città di Roma sono 361 i beni in totale, 107 quelli in gestione, 197 quelli destinati e consegnati. Discorso a parte per le aziende: sono 1.211 quelle ancora in gestione dell’Agenzia nazionale, mentre 497 sono uscite dalla gestione per essere destinate alla vendita, liquidazione o procedura di fallimento.

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La frammentazione greca: preludio al baratro?

Il baratro per la  Grecia non è mai stato così vicino. I risultati della tornata di elezioni non hanno risolto per nulla i problemi che vigevano nel governo Papademus, anzi, si sono incrinati ancor più. Infatti la fotografia della Grecia dopo queste votazioni è quella di un paese spezzato in tanti micro elementi che non riescono, e non vogliono, coabitare.

 

Nella serata di ieri il leader dei conservatori, Samaras, ha rimesso il mandato nella mani del Presidente Papoulas dichiarando che era stato fatto tutto il possibile ma senza risultati positivi. Toccherà ora a Tzipras  della federazione di sinistra Syriza tentare di far quadrare l’ago della bilancia. Il problema di fondo è il fatto di essere arrivati al voto con campagne elettorali dove si sottolineava o l’appoggio o il rifiuto alle linee europee, perciò difficile che partiti lontani riescano a trovare un compromesso.

Il pro o contro il memorandum europeo ha portato un frazionamento dei voti in favore degli estremisti di destra e di sinistra. Se i comunisti e la sinistra estrema non erano un caso in parlamento, molto più clamore ha compiuto l’entrata in parlamento dei neonazisti di Michaloliakos.

Con il suo partito, Alba Dorata, il leader neonazista ha varcato la soglia del parlamento facendo già intravedere il marchio di fabbrica obbligando alla prima conferenza stampa i giornalisti ad alzarsi e salutarlo degnamente.

 

Se anche la sinistra dovesse fallire la coalizione l’alternitiva successiva sarebbe il Pasok, che è scivolato al 13%, che da primo partito che appoggiava Papademos si ritrova ben lontano da condurre le fila della nazione.

 

L’ultima chance per il presidente Greco è quella di riunione tutti i partiti e proporre un nuovo governo tecnico. Prospettiva che sicuramente sarà quella più veloce e semplice ma di certo non da parte popolare. Il risentimento verso i tecnici ad Atene ha già portato a diverse rivolte che con una guida politica potevano avere termine. Ponendo un altro economista di certo la credibilità democratica del paese non sarà più sostenibile.

Il paese dove nacque la politica è sull’orlo, ma il baratro non è certamente di quelli semplici da evitare.